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"IL RITO DELLE FONTI", la leggenda di San Feriolo e le antiche processioni

D. Mi parli della processione di San Feriolo..
R. Io mi ricordo ci andavo co' la mi' nonna.. sempre co grandi.. perché a soli i bimbi.. non è che si poteva andare coll'amica.. 'nsomma ero piccola.. ma non proprio da non andare... e s'andava 'n giù.. a que' tempi... a piedi e su tor­navamo con i bambini che facevano le corse pe' sonare le campane al ritorno..
D. Ma c'era un motivo che spiegava il suonare le campane al ritorno..
R. Sì.. '1 motivo era che avvisavano quelli del paese.. che erano stati a San Feriolo e tra poco pioveva era pe' avvisò quest'omini.. Tomini lavoravano e non venivano alla pro­cessione.. tante volte le più volte...
Prima facevamo tutto a piedi.. ma l'avrò fatto nel quaron­tacinque era appena finita la guerra.. po' ci sarebbero state l'elezioni.. la guerra era finita.. 'nsomma tutto già 'n po­chino s'era rimesso in ordine ... e se non pioveva si doveva andare e si faceva ancora se pioveva e... era proprio un'u­sanza.. mi pare sarà stato maggio.. giugno..
così s'andava questo giorno giù a questo San Feriolo a pre­gare.. se pioveva troppo s'andava acchè smettesse e se non pioveva s'andava per vedere se pioveva.. perché per la cam­pagna era molto importante e... tutti contenti e si cantava quando s'andava lì e... a volte po' si mangiava dove c'era un bel noce.. prima d'arrivare...
La bella cosa... che oggi non c'è più.. i giovani 'n ci pen­sano più a noi vecchi... era che noi più giovanine e si do­veva accompagnò le donne più vecchie che non cammina­vano.. ma io ero troppo piccina quando c'ondavo... e lo facevano quelle più grandi di me 'nsomma.. io ero ragaz­zina proprio.. e mi ricordo che giocavo a correre tutto 'n giro intorno alla chiesetto., po' si giocava a chiapparello co le altre ragazzine...
A volte le ragazze e c'andavano anche perché... c'era qual­cuno che gli piaceva tra Tomini... e ragazzi... ora so vecchi.. 'nsommo era 'no bella festa... quella di San Feriolo.. nella chiesa c'era anche un quadro che poi è stato rubato dice.. dove c'era il santo in ginocchio con questa brocca da dove veniva giù quest'acqua.. po c'era questa piccola fontina di lato e noi si prendeva la brocca e si portava a casa anche come benedizione quest'acqua 'nsomma..
D. E quest'acqua che funzione aveva..?

GLI ITINERARI

R. Questa acqua era nata pe' un miracolo., la fonte
venne fori dal sangue di San Fenolo.. quando i suoi uccisori
lo ammazzarono.. forse erano gli antichi romani.. perché lu' era cristiano... uno de' primi che c'erano, s'era all'inizio del cristia­nesimo... e dove morì San Fenolo ci nacque la fonte..
Noi quell'acqua e si teneva in casa.. a volte... quando c'era qualche
malato ci si... segnava.. oppure
spruzzava 'n pochino, pe' vedè se D. E la storia della sardina?!..
R. Io l'ho sentita dì questa cosa.. pero io non ce l'ho mai vista eh..! D. No..!?
R. Però io so che dicevano.. "mettetegli un'aringa addirittura.." perché è molto salata l'aringa.. "mettetegli un'aringa in bocca voi che andate giù e che siete tanto devote a vedé se si riesce a fà piove'.." quando stava tanto tempo senza piove'.. però non lo so nemmeno.. perché essendo un quadro se ce l'avevano messa.. do­
veva esserci un segno..
D. Dicevano che c'era un
R. Un taglio eh.. ah sì..! No.. sinceramente io questo non ce l'ho visto.. D. Si racconta... e gli uomini come la vedevano questa cosa..? R. Ma niente.. un n'è che n'abbia... io penso che dietro dietro avranno riso 'n po'.. non lo so.. però se pioveva le donne avevano 'na gran vittoria eh... sì.. se capitava l'acqua dopo la processione...
si portava nelle campagne e si andava meglio il raccolto..
taglio..
Una lettura antropologica
Altri informatori tradizionali del territorio roccastrodino raccon­tano che le donne, in un periodo di gran siccità fecero un taglio nella tela del dipinto all'altezza della bocca e ci misero una sar­dina perché così al Santo "gli veniva sete" ed avrebbe mandato la pioggia. Un'usanza del tutto simile si ritroverebbe nel paesino siciliano di Niscemi.
Qui si racconta che il taglio, in questo caso, fu effettuato nel con­testo di una processione e questo è maggiormente interessante, dato che a S. Fenolo il fatto dell' "aringa" è storicamente avve­nuto, attivando, nell'immaginario collettivo, un processo di leg­gendarizzazione, in cui l'evento storico è diventato un oggetto tran­sazionale, divenendo evento mitico e dando forse, in questa trasposizione di identità da un livello orizzontale ad un livello ver­ticale, un senso esistenziale alla storia soggettiva di coloro che
l'hanno narrata ed ascoltata.
Tra l'altro, è interessante sottolineare messa in bocca al santo da una parte
legato ad un particolare evento, è anche vero che il trovarlo pure in un rito atmosferico propiziatorio può essere il segno di una so­pravvivenza mitico-rituale esistente nel meridione d'Italia, la cui struttura simbolico-liturgica, ma è solo un'illazione, sarebbe riap­
che se il fatto dell'aringa è un fenomeno soggettivo
parsa, usando il nesso della "storia", anche nel comune di Roc­castrada e comunque, questa storia, potrebbe averla raccontata, faccio un'ipotesi, durante il servizio di leva, un siciliano a questa persona che fece quell'atto.
Un' altra informatrice tradizionale racconta che queste visite alla fonte del Santo venivano effettuate in occasione sia di calamità siccitose, che di forte pioggia, ma anche in caso di morti o inci­denti nel lavoro dei mariti, allora "s'andava perché si prendeva l'acqua benedetta.. tutte 'nsieme le parenti e le donne di paese..". Il pellegrinaggio da parte degli abitanti dei vari paesi sembra rafforzare la mia idea che a quel pellegrinaggio alla Sacra Fonte vi fosse connessa anche una ritualità iniziatica e tutto un baga­glio tradizionale di significati.
Ci sono molte ipotesi che fanno pensare all'elemento acqua come possibilità di catarsi e di trasformazione corporea, nel passaggio dalla fanciullezza alla pubertà ed al controllo di questa attraverso una ritualità collettiva.
Un altro aspetto importante è quello, che ipoteticamente determi­nerebbe l'acquisizione di una subaltemità femminile, che nelle so­cietà tradizionali si esprimeva prima di tutto come realizzazione matrimoniale.
Un' esigenza, che ho percepito nel momento stesso delle interviste, è che all'intemo di quell'oralità, che definisco di "confine", è con­nessa l'esigenza del riconoscimento, come di uno status in cui il passato venga riconosciuto all'interno di una sua logica.
Sembra emergere infatti un desiderio di rivalsa femminile da quella suboltemità, nella quale, gli uomini del paese, relegavano spesso le donne che andavano in processione.
L'informatrice racconta infatti "Io penso che dietro dietro avranno riso..".. "Però.. se pioveva.. le donne avevano 'no gran vittoria.." Il luogo della suboltemità, quel "cacciare!?.. di donne" diviene così una terra liminare e di confine, nella quale le donne cercano una nuova identità al femminile.
Queste terre dall'indefinito confine, d'altronde, sono le sinapsi del complesso tessuto relazionale che costruisce ogni cultura e sono presenti in ogni luogo e in ogni epoca, rappresentandone talvolta addirittura l'elemento costitutivo, come nell'ironia delle maschere comiche del periodo classico, ad esempio, o negli eroi greci, Dio­niso, Prometeo, Epimeteo.
Queste zone imprecise e costituzionalmente in ombra, sono en­dogene ad ogni status e ricche di implicazioni e capacità espli­cative. Fare piovere, come fare smettere di piovere quando piove troppo, oppure fare smettere di grandinare, sono tutte compe­tenze inerenti alle nostre società tradizionali, che un'analisi delle etnografie comparate lega alle competenze dello status femminile.

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