Il gioco della "Palla eh!": alcune riflessioni
da una ricerca sul campo.
di Nevia Grazzini
Il gioco è sostanzialmente espressione della cultura di un popolo,
forma culturale che identifica una comunità.
Molti studiosi nel campo delle scienze umane e dell’antropologia hanno
riversato su di esso grande attenzione, ma è stato in particolar modo
oggetto di interesse nel campo degli studi su l ’ infanzia. Forse si
è trascurato il fatto che anche nel mondo culturale tradizionale il
gioco ha assunto da sempre un forte carattere educativo e ha richiesto il
possesso di conoscenze concrete elementari. Ad esempio, molti dei giochi appartenenti
alla cultura popolare hanno uno stretto rapporto con il movimento e attivano
particolari attitudini naturali.
Così, come la lingua di cui ci serviamo, i giochi possono essere anche
"media di comunicazione", sono il veicolo dì forme di linguaggio
primitivo, un modo con cui anche la società parla a se stessa e comunica
con la collettività esterna.
I giochi rappresentano, in fondo, con le loro convenzioni, anche le regole
sociali e, come gli oggetti, ci parlano della Vita e di chi la rappresenta,
mantenendo, spesso forme intrecciate con aspetti dell’ immaginario,
del fantastico e del rito.
Nel mio lavoro di ricerca sulla cultura popolare tradizionale mi sono interessata
ad alcuni aspetti di quel grande universo che è il mondo ludico, attraverso
uno studio sui giochi costruiti con materiale naturale - vegetale e sui giochi
di squadra, focalizzando, fra questi, un tipo di gioco diffuso fino a qualche
anno fa nelle provincie di Grosseto, Siena e Lucca, conosciuto come Palla
Eh!, Palla a mano, Palla a 21, palla eccola!.
Si tratta, in pratica, di un gioco agonistico che sembra precedere la fase
moderna della regolamentazione - omologazione delle pratiche sportive e mantenere,
pur rinnovandosi, aspetti agonistici tradizionali con caratteri fortemente
regolamentati.
La prima documentazione che ho potuto raccoglie risale ’84, ‘85
e ’89 per conto di una ricerca sul campo condotta con l’Archivio
delle Tradizioni Popolari della Maremma Grossetana in collaborazione con gli
studi di etno - antropologia dell’Università di Siena. L’indagine
aveva permesso di rilevare, per quegli anni, alcune aree della provincia grossetana
ancora interessate a questo fenomeno tradizionale: Buriano, Caldana, Vetulonìa,
Piloni, Roccastrada, Roccatederighi, Sassofortino, Tatti, Tirli, Torniella.
Attualmente, solo alcune di queste si rilevano luogo di attualità del
fenomeno, attraverso periodici incontri e tornei che vengono effettuati soprattutto
soprattutto nel periodo estivo: Vetulonia, Tirli, Piloni e Torniella nel Grossetano
con alcune frange che sconfinano nel senese fortemente vitali: Ciciano e Scalvaia.
Tirli denota un particolare attaccamento a questo gioco e si è presentata
al torneo di quest’anno con due squadre: una di giovani e l’altra
di più veterani, mentre Ciciano, si distingue per la continuità
mantenuta nel tempo verso tale tradizione, cercando di conservare, nel centro
del paese, gli spazi adeguati per poter giocare.
Per comprendere le dinamiche con cui si articola il gioco bisogna
tener conto di alcune fondamentali variabili che lo compongono:
a) le tecniche di base (il campo e il suo contesto - la pallina - giocatori
e la loro dislocazione nello spazio);
b) il gioco (le regole - il punteggio - i falli - gli stili - le abilità
- le tattiche e le strategie);
c) i giocatori (ruoli, età, direzioni e figure responsabili nella squadra);
d) il pubblico e la tifoseria.
Questa manifestazione, così profondamente strutturata, presenta specifiche
varianti locali che contraddistinguono ogni precisa comunità, quale,
ad esempio, può essere il rapporto con l’identità locale
tradizionale, la ripresa nel contesto della modernizzazione, gli stili di
gioco e le tattiche, spesso occulte ad un pubblico poco esperto.
Per giocare, si dice, bisogna avere predisposizione, una buona capacità
di coordinamento, tempismo e colpo d’occhio. Si gioca tra due squadre
composte da circa 5 giocatori ciascuna con età compresa fra i 16 ed
i 60 anni o più, con ruoli ben differenziati; fra questi emerge, per
l’importanza che assume, il mandatore: è infatti a lui che sembra
affidata gran parte della vittoria, è colui che dà inizio al
gioco con un lancio della pallina "potente, preciso e sicuro", anche
se "per il mando non occorre la forza, ci vuole piuttosto velocità
d’azione, riflessi pronti, doti di coordinamento". Il tipo di lancio
del mandatore deve essere in base alle caratteristiche richieste dal campo
di gioco (soprattutto nel passato, si potevano individuare vari tipi di mando
per ogni paese) e la pallina va lanciata possibilmente, con astuzia, verso
chi non riesce a rispondere. "…Vetulonia, Caldana e Tirli avevano
un mando diverso dal nostro…loro erano bravi...c’era tino che
si chiamava Rubino...faceva il boscaiolo...ma questo ‘un vo’ dì
perché bisogna dalla a tempo...con l’occhio".
Altro ruolo importante in questo gioco è rappresentato da colui che
deve dimostrare prontezza nel colpire la palla a colpo, cioè al volo,
o da colui capace nel respingerla di rimbalzo, o ancora del raccattino o richiappino,
abile nel condurre il gioco sempre avanti alla squadra avversaria prendendo
anche le palle impossibili.
Le due squadre si fronteggiano in un campo di gioco naturale: luogo privilegiato
è una piazza del paese che diventa luogo di contesa, delimitato da
muri, case, terrazze, tetti, in cui sembra piuttosto l’identità
della comunità che si difende in una gara in cui non è tanto
la forza fisica a dominare (come nello sport moderno), quanto piuttosto la
passione, la tenacia, l’attaccamento alle proprie radici culturali.
Alla piazza, o via prescelta per la disputa, si richiede un largo spazio centrale,
meglio se a forma di conca e dei confini che delimitano lo spazio richiesto;
quando non è possibile utilizzare quelli preesistenti, vengono tracciati
in terra con dei segni in gesso.
Unico strumento di gioco è una pallina di cuoio costruita artigianalmente
con l’anima di ferro (o piombo) avvolta in strisce di gomma e lana rivestita
con pelle molto fine, del peso di circa 30/35 grammi, ricucita in maniera
tale da rimanere comunque liscia e favorire l’aderenza e la presa al
palmo della mano. Alle mani segnate dai duri lavori dei vecchi giocatori (carbonai,
boscaioli, dicioccatori...), negli ultimi anni i giovani hanno sostituito
dei guanti, ma i più anziani ne criticano l’uso, poiché,
a loro avviso, la pallina può scivolare facilmente e non garantire
una presa sicura. Un agente esterno che può incidere sull’andamento
del gioco è il vento: una variabile certo considerevole che, per essere
contrastata, necessita dell’uso di palline di vario peso e costruite
appositamente.
L’inizio del gioco è segnato dal lancio del
mandatore. Da questo momento le due squadre si fronteggiano per contendersi
lo spazio di gioco che viene vinto attraverso le cacce (punto in cui la pallina
cade a terra) segnate in particolar modo dal tiro del mando. Il campo è
delimitato infatti da due linee sul terreno: da una parte quella del mando,
dall’altra quella della guadagnata. Il battitore cerca di mandare la
pallina più lontano possibile perché al momento di cambiare
campo, la squadra dovrà difendere solo lo spazio al di là’
del quale sono segnate le cacce; la squadra cercherà quindi di avere
tatticamente uno spazio minore da difendere. Durante lo scambio la pallina
in gioco può essere colpita solo al volo o al primo rimbalzo; dopo
due cacce segnate le squadre cambiano campo (chi ha segnato deve ora vincere
le cacce per poter ricevere il punto) e la squadra che ha respinto va in battuta
per conquistarsi il punteggio. E comunque fra il pubblico della tifoseria,
fra gli osservatori attenti e curiosi, che è possibile seguire il gioco,
conoscerne le regole, capire il comportamento dei giocatori dietro quegli
sguardi maliziosi, quei giochi sottesi e nascosti pronti a mettere in moto
meccanismi e azioni tattiche, piccole strategie per cogliere di sorpresa l’altro
e mettere in difficoltà l’avversario per strappargli almeno un
punto. Di questo gioco, tuttavia, si ha testimonianza soprattutto fra i ricordi
dei più anziani, quando era ancora radicato come patrimonio culturale
della comunità, quando anche il tempo di non - lavoro era regolamentato
da uno spazio ludico vissuto con competitività e un’integrità
sociale era ancora da difendere.
La ripresa del gioco, interrotto durante la guerra, ha perso gran
parte di quella carica anche emotiva che un tempo lo alimentava e, nelle giovani
generazioni, prese soprattutto da spirito agonistico e sportivo, che sembra
dilatare e deformare ogni realtà, manca quel filo di continuità
con il passato.
D’altronde oggi, ad essere modificati sono anche i contesti del gioco:
così, lo spazio originario ed esclusivo che ne consentiva la sua esistenza,
la piazza del paese, è stata ormai conquistata dalle macchine e da
nuove costruzioni con i loro accorgimenti e abbellimenti, che non sono certo
servite a stimolare la continuità necessaria alla ripresa della tradizione.
Troppo difficile diventa ormai riconquistarsi un territorio con una semplice
pallina che si lanci fra le dita!
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